Poetica

Franco Del Zotto Odorico

Poetica

Tempo come sintesi del passato
visto nel presente istantaneo
Bianco e nero
Liscio e ruvido
Lucido e opaco
Movimento e staticità
Contemporaneità e storia
Questo è l’incedere
e l’incidere
del Tempo.
Tempo come magazzino
e sovrapposizione di eventi contraddittori
incontrollabili,
accettati con semplicità
di bambino accondiscendente.
Accettare non rinunciatario,
ma accettare nell’attesa.
Bellezza e consunzione
corpo che si sfalda
dal movimento alla sua sintesi.
I corpi non sono masse carnali di
muscoli, ma
materializzazione dello spirito:
involucri
che assumono il senso
di esistere perché “operai” della spiritualità;
lavorano per lasciare la loro traccia
sul muro
usandolo come nastro magnetico
asettico all’apparenza
ma funzionale al risultato
finale.
L’immagine interiore non riflessa ma
copiata
sulla superficie labile del Tempo.
Non c’è dissonanza tra
figura e non-forma
perché entrambe parte di un unicum.
L’immagine dei nostri pensieri
sospesa
in una “pausa” di moviola.
Si gioca con i moduli,
parti diverse che paiono infastidirsi
a vicenda
e contrastarsi.

Kant dice che la forma è relazione o complesso di relazioni in un ordine; per creare una forma bisogna prendere elementi diversi, relazionarli gli uni agli altri per creare un ordine, un’armonia al fine di costituire l’opera d’arte. Si esalta, quindi, il carattere dinamico del concetto di forma. Per Vermeer la forma artistica è una “lampada in una stanza scarsamente illuminata” luce che permette di vedere quello che sbadatamente non vediamo. Il porsi in ascolto permette di visualizzare e materializzare quello che c’è già: la scoperta dell’arte creata all’interno delle cose scontatamente riconosciute come tali. Attesa: cogliere il piacere inebriante, è un appagamento verso la “vitalità”, del vivere o del morire. Si rende indispensabile fermare l’attimo, un attimo in divenire, apparentemente in contraddizione se consideriamo l’attimo come processo matematico, dandogli un inizio e una fine temporale. Se si vede l’attimo non come oggetto rappresentato ma come fermoimmagine di un’emotività comunicativa che il protagonista sviluppa verso lo spettatore, allora quell’immagine non rappresenta più un semplice movimento o un semplice frame di un video, ma una successione quasi caotica, razionalmente materializzata di un susseguirsi che diventa pensiero.

Nel momento in cui “loro” protagonisti mettono in scena le performance (la loro scenografia in movimento, in divenire) fanno un’operazione razionale riproponendo i passi precalcolati e progettati. Ma, nell’istante dello scatto fotografico ciò viene volutamente decostruito per ricomporsi in un mondo progettualmente diverso dall’originale. Si scopre cioè, o meglio, si attende, quella spontaneità e istintività sognata dall’appagamento della “relazione” che il nostro corpo ha con l’altro: corpo inteso come materia. Il passo fermato non è più un “bel passo” di danza, ma il “passo” casuale e scontato che porta verso un terreno inesplorato ma già esistente. Ecco che la figura umana non si distingue più come un definito involucro esteriore ma diventa ombra di se stessa. Non si sa più se la realtà è la “formalità”, oppure l’ombra, fantasma che permette l’elevazione della figura stessa. Lo stesso “sfondo”, se così si può chiamare, perde la sua importanza di “contenitore”, per diventare propaggine vivente dell’ente stesso. Mentre nella realtà i ballerini si muovono in uno spazio-contenitore, quest’ultimo quasi assente nel gesto sospeso, diventa, decostruendo il progetto iniziale, protagonista nel protagonista. L’apparente neutralità della parte diventa gestore della materializzazione del soggetto in divenire. In questo attimo sospeso, non esiste più l’essere umano all’interno di un contesto vitale, ma è il contesto relazionale che fa vivere l’ente in sé. E’ per questo motivo che la composizione può articolarsi in più parti definite , distinte e autosufficienti , che però vengono messe in relazione come se ci fosse la necessità di farle parlare, trasformando il loro monologo in un reciproco dialogo edificante. La linea che divide l’immagine, apparentemente produce una spaccatura, in realtà permette la crescita delle diverse parti formanti, diventando fulcro di un linguaggio relazionale comune. Nel dialogo tra le parti c’è sempre un filo di collegamento; è come se ci fosse un vocabolario linguistico natale, comune punto di riferimento e di confronto. Ciò si rappresenta attraverso tagli, diagonali di luci e linee; esse sembrano indicare la forma di una strada, di un percorso, oltre ciò, lasciando concludere l’immagine allo spettatore. L’immagine fermata, decostruita, poi ricomposta in una precisa griglia relazionale, per poi lasciarla libera di svanire di nuovo nel movimento del tempo.Forse è proprio il concetto di tempo che diventa fulcro di rotazione (e fondamento) di formazione dell’oggetto finale: il quale è un semplice pretesto formale che può manifestarsi in una maniera diversa e apparentemente distante (foto – pittura – bassorilievo, ecc). Il tempo non è visto come il prendere coscienza dell’evento che modifica l’ente: non è il processo di combustione che trasforma un ceppo in cenere. Il tempo è visto come creatore dell’ente: un processo che ti porta avanti verso la realizzazione o la presa di coscienza della verità. Ciò avviene con o senza la tua partecipazione attiva. Ecco che dalla cenere tu puoi tornare indietro verso il calore del fuoco; è il calore del fuoco che ci “scalda”, non la cenere risultante. E’ quasi come se il tempo, conoscendo già tutto quanto dentro di sé, ti permettesse di ascoltare l’attimo fermato. Ecco che il lavoro diventa come un fossile lucidato in una bacheca di un museo o un negozio. Il sezionare la materia, lucidarla, diventa un’operazione al limite del virtuosismo, tirando fuori una traccia del tempo sull’oggetto, non un oggetto – soggetto. Il soggetto è quello che i segni ti suggeriscono: la pietra che  ingloba il fossile perde la sua materia filologica diventando un unicum con il soggetto rappresentato, il fossile. L’immagine rappresentata, quindi, perde importanza del suo essere immagine, ma acquista il suo formarsi e trasformarsi nel tempo. La figura creata sulla lastra metallica non è l’opera, ma è la lastra metallica che determina l’opera: un’opera che può essere stampata o dipinta, ma allo stesso tempo distrutta o cancellata, come se il nascondimento sottolineasse l’importanza e permettesse la sua scoperta. La lamiera stessa, o l’intonaco, possono diventare la materia formante e generatrice della figura stessa e quindi dell’arte. Stampare, dipingere, elaborare digitalmente, incidere, ridipingere, ristampare, reincidere: diventa un percorso di analisi verso la scoperta della sintesi, speranza di una verità. Guardando l’acqua scorrere tra le radici in un fiume, non mi pongo il perchè, lo faccio e basta, lasciando libero il percorso al mio sentire ontologico. Forse mi ricorda il liquido amniotico o una doccia involontaria sotto la pioggia o forse una lattina sprite aperta improvvisamente.

Non importa cosa, ma importa il senso del suo evento del suo divenire che ha uno scopo di atteso appagamento del tempo. Il tempo assume una forma, una apparente staticità nella formalità. Formalità che si manifesta non solo nell’elaborazione digitale che continua ad autogenerarsi, modificando l’immagine di partenza, ma anche nel segno più astratto e informalmente e ontologicamente istintivo.

Ecco che l’istintività interiore in alcuni casi diventa predominante sul resto, decomponendo una “verità” appena focalizzata e formata, arrivando a una sintesi emotiva dell’oggetto. Si acquista quindi un vedere che va al di là della semplice apparenza, quello che viene definito uno vedere oltre il vedere, perchè va alla ricerca dell’essenza delle cose, della verità delle cose. Verità che in altri termini Sesan articola come una transizione attraverso una coscienza soggettiva e una oggettività interna all’opera, mediazione che si costruisce nelle fusione, umanizzazione di questi due elementi per arrivare a generare un piano ( l’opera ) in cui la verità viene materializzata. E’ un po’ quello che succede o dovrebbe succedere nel processo filologicamente e metodologicamente corretto di un’operazione di “conservazione”, dove per conservazione intendo l’operazione che porta alla salvaguardia socio-culturale oltre la materia di un oggetto storicamente individuato come “oggetto artistico”.

Infatti in tale intervento non si può dimenticare che l’oggetto in sé non fa solo parte di una comunità produttrice: comunità che si identifica oggettivamente all’interno della materializzazione formale dell’opera. Quindi l’oggetto fa parte non solo di un’istanza storica ma anche di una istanza materica che si fonda su un equilibrio ( ordine e armonia ) estetico mutevole nel tempo. Questa mutevolezza soggettivata da esigenze culturali temporali, assieme al concetto di storicità della materia, porta alla smaniosa analisi verso una psicotica necessità di salvare una materia nella sua totalità, fermandola al suo naturale disfacimento (più o meno immediato). Salvare un’opera d’arte, che non è più un’opera d’arte ma un semplice mummificare di eventi. Ma se la conservazione è un mummificare di eventi verso un equilibrio estetizzante, l’operazione che cerco di fare è un rendere oggettivamente vivo quell’oggetto togliendolo dalla “bacheca” e dandogli un nuovo codice di identificazione. L’esperienza effettiva della vita è esperienza conoscitiva, è l’intera posizione attiva e passiva dell’uomo nei confronti del mondo. In questo modo il contenuto dell’esperienza effettiva della vita è vissuto come mondo e non come oggetto. E’ in questo apparente “imitare l’antico” che si va verso una reinterpretazione della visione storica che ci portiamo dentro per arrivare verso un concetto di tempo in divenire che giustifichi la sovrapposizione degli eventi. Sovrapposizioni che si compenetrano fermando lo sguardo sull’emotività produttrice del gesto-soggetto. La figuratività o il segno si materializza nella materia come una testimonianza storicamente riconosciuta come valore etico-culturale. Tale rappresentazione diventa la salvaguardia o la presa di coscienza verso un conservare l’attimo casuale e “banale” che quotidianamente incontriamo, traendone da tale gesto il riconoscimento di un’ autogiustificazione del proprio esistere. Si instaura un relazionarsi tra il proprio io e il tempo visto come sommatoria di eventi per arrivare a un concetto di immortalità dell’ente (è un porsi verso la ricerca temporale della morte). Si manifesta quindi una sorta di filosofia i cui principi sembrano rispettare parte del pensiero Heideggeriano:

Quanto esperisco nella vita reca il carattere del significativo dove dominano: il mondoambiente, il mondo degli altri e il mondo del sé. E’ la significatività che determina il

contenuto dell’esperienza stessa.

Bisogna tener presente ancora che quando cerco di esperire me stesso non lo trovo

separatamente, ma quando lo faccio sono legato al mondo-ambiente quindi è esperienza

relativa al mondo del sé.

Le semplici tracce lasciate dagli enti diventano creatrici degli enti stessi: così si torna al punto di partenza: Il porsi in ascolto permette di visualizzare e materializzare quello che c’è già: la scoperta dell’ente creatore all’interno delle cose scontatatamente riconosciute come tali.